ESPLORANDO IL LABIRINTO DEICATTIVO COSTUME
Dalle cantine underground al primo concept album totalmente indipendente: l’indie rock irrompe sulla scena musicale snobbando l’industria musicale
Negli anni 90 la scena musicale napoletana ebbe un sussulto innovativo che portò al moltiplicarsi di formazioni che suonavano i generi più disparati; e alle pendici del Vesuvio nasceva una band che lontano dalle mode del momento si dedicava anima e porco al rock alternativo. I cattivo costume hanno consumato palchi underground suonando la loro musica, ma nella giungla dell’industria discografica moderna ci hanno messo oltre 15 anni per pubblicare il primo disco, in maniera totalmente indipendente. Labirinto è un concept album di notevole qualità, dal sapore viscerale ma allo stesso tempo con una cura a dir poco maniacale dei particolari: una produzione di buon livello che rende chiari i suoni esaltando le sfumature così come cori e doppie voci; ognuna delle canzoni dimostra la volontà di non appiattire il timbro musicale con identico ritmo dall’inizio alla fine e diventa caratteristica distintiva del gruppo la capacità di cambiare registro sono riuscendo a fondere più generi nella stessa canzone. I riff introduttivi della chitarra non sembrano mai slegarsi concettualmente dalla chiusura strumentale del brano precedente dando merito alla scelta coraggiosa del concept album in un’epoca in cui l’accesso al gusto popolare e al possibile guadagno è legato sempre più al singolo di rotazione radiofonica. Testi mai banali con echi da poesia decadente e cenni ispirati dalla connotazione letteraria in versi della forma canzone che in Italia ha visto una delle massime espressioni nei CSI, più che nei precedenti CCCP, di Giovanni Lindo Ferretti: “ho amato a morte la vita… amo a morte la vita” in Saga delle contraddizioni; “comparsa fuggente spettatore affannato devoto a un copione in cui tutto è ormai già stato” in Angelo imbastardito. Il viaggio di frasi e ritornelli con rime mai forzate in una coscienza umana le cui devastazioni personali non possono staccarsi dalla fotografia di una decadenza sociale trovano la chiosa ideale nei versi conclusivi della Necessità “conquistati il tuo spazio lotta sopravvivenza – tra l’uomo e la fiera c’è poca differenza – nella forma di violenza – l’uomo la sua intelligenza… ma il potere è la sua malattia”. Labirinto è stato presentato dal vivo in un’originale performance tenuta nella Sala Teatro Ichos di San Giovanni a Teduccio, e oltre alla meticolosa organizzazione che ha visto fondersi i suoni dei Cattivo Costume con le visioni delle sorprendenti opere del maestro Umberto Verdirosi, è da sottolineare come assistere all’esecuzione dei brani renda ancor più giustizia alla bravura del gruppo e alla qualità del loro lavoro: dal cantante-chitarrista Marco Milone al bassista Valerio Varlese (fondatori del gruppo), al batterista Boris Tafuri al tastierista (geniale programmino e improvvisazioni) Ferdinando Morello fino alla corista Enza Dentale. Per conoscere in maniera più approfondita la band napoletana abbiamo parlato con il front-man e autore di tutti i testi Marco Milone:
Perché vi chiamate Cattivo Costume?
“Cattivo Costume è il sistema costruito sul marcio non detto dell’ordine prestabilito… è la coscienza sopita delle genti. A 18 anni questo nome della band è uscito spontaneo, date le nostre attitudini, in contrapposizione all’inconsistente e l’effimero modello proposto dalla società del consumo e dell’omologazione… un po’ di verità l’abbiamo trovata proprio vivendo la strada dove la realtà si presenta in tutta la sua cruda durezza e dove convenzioni e convinzioni si sgretolano di fronte ad essa. La nostra terra ci insegna molto a proposito di questo”
Sicuramente per il tipo di disco con cui avete debuttato il lavoro e la preparazione non potevano limitarsi all’istinto e alle poche sedute di registrazione: ma a parte la scrupolosità sul lato artistico quale difficoltà avete incontrato per produrre Labirinto e quali state affrontando visto che ancora non è reperibile nei canali convenzionali del mercato discografico?
“Queste canzoni fanno parte di un percorso durato più di un decennio, sono cresciute e maturate con noi o forse hanno atteso la nostra maturazione... e sono tutte figlie di una tappa vissuta.
nel 2010 entriamo in studio con una proposta di produzione diventata un amichevole supporto e collaborazione soprattutto per il tipo di scelta artistica che abbiamo fatto, quindi questo lavoro è un autoproduzione. Le difficoltà sono economiche. Siamo tutti ragazzi intorno ai trenta e con il precariato e la disoccupazione che ci sono in giro mangiare pagarsi affitto bollette e realizzare un lavoro di buon livello è veramente difficile; per la realizzazione abbiamo fatto tutto in 6 giorni di registrazione e altrettanti per il missaggio. E visto che anche la stampa ha un suo costo abbiamo deciso di mettere in streaming parte del lavoro e cominciare con i live in attesa di step successivi. Per questa prima fase dobbiamo ringraziare Giancarlo Ippolito per la professionalità trovata nei suoi studi di registrazione e per il supporto artistico e tecnico. Il missaggio è stato affidato a Vincenzo D'Oriano da noi ritenuto tra i più preparati nel rock nelle nostre zone...
Da un po' di tempo il vostro percorso è costellato da collaborazioni e connubi con altri artisti, dalle arti figurative alla messinscena teatrale fino ai reading di poesia: dove nasce questa esigenza di fusione con altre forme creative?
nasce dal bisogno di essere avvolti e avvolgere in un concetto più ampio della sola musica. nasce dall'incontro più o meno casuale con anime affini così è stato per la fase Circoblu con la poesia e il teatro danza di Claudio Gabola e Angela Zinno, con la personale "dominodimatteo" di Ciro di Matteo, così oggi per i quadri e le poesie del maestro Umberto Verdirosi e la recitazione di Rosalia Cuciniello. Da sottolineare che la copertina dell’album è del fotografo Luigi Verde.
I testi delle vostre canzoni sembrano visioni di autocoscienza, illustrazioni di esperienze non del tutto immaginarie: quanto c'e' di autobiografico?
che valore ha il parlare di qualcosa che non si è vissuto...?
Ho trovato molte affinità con i CSI di lindo ferretti nell'approccio interpretativo oltre che nella struttura che lega versi e musica: quali sono i vostri riferimenti musicali? qualche fonte ispiratrice in particolare?
le nostre radici affondano nel grunge dei nirvana nel punk dei Crass nell' hard rock dei Led Zeppelin nel metal... parlando di gruppi italiani e della nostra lingua che ci consente di entrare così a fondo nei concetti: i primi litfiba (quelli fino ad "aprite i vostri occhi"), i CCCP/CSI e i Marlene Kuntz sono stati vero nutrimento... l'incontro tra l'impegno del cantautorato e la disperazione e la rivolta del rock. In generale ci piacciono tutte quelle band che hanno con la musica un approccio viscerale, e arrivano dritte allo stomaco indipendentemente dal genere musicale.
Chi volesse conoscere la vostra musica ed essere aggiornato su produzioni e live dove deve cercare?
http://www.myspace.com/cattivocostume e su diversi network... siamo in rete come un virus...
Paco De Renzis
14 Marzo 2011
Il Mediterraneo
Direttore Responsabile
Diego Penna
Editore
Amistad Edizioni Snc
Per contatti:
081 276759 – 3312320762